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April 21 Punto interrogativoCos'altro da dire guardandosi intorno se non una feroce stanchezza che spossa...
Un tempo notarono la noia, la descrissero e così facendo la scacciarono (Schopenhauer, Leopardi, Sartre, Moravia). Sconfissero la noia parlandone. Era una novità, li divertiva, nessuno l'aveva mai approfondita..ora è noioso persino discutere della noia.
Tutto già visto, tutto già recitato, tutto tacitamente usuale.
Non si riesce a rinnovare una cultura sfiatata perchè ormai spremuta fino allo sfinimento o perchè non ci sono menti capaci di darle nuovo vigore? L'epoca del Pensiero Debole finirà?
Di certo non per merito mio, che perdo tempo a piangermi addosso, che mi arrovello per trovare un dolore col lanternino in una vita che potrebbe esserne priva: si hanno sensi di colpa nel non provare sofferenza, mi sento ingiustamente privilegiato...e dunque creo un male fittizio, apparente come le forze di un sistema non inerziale. Non c'è ma è come se ci fosse...ecco il disagio della consapevole modernità occidentale: un'autoflagellazione, infliggersi del dolore inesistente per non vergognarsi di un'immunità aproblematica che ha del colpevole, smarriti nella solitudine delle nostre immense potenzialità.
Nel costruirsi però le proprie sciagure è impossibile non percepire il loro carattere di base artefatto e la macchinosa artificialità di dolori masochisticamente progettati ad hoc.
Subentra l'invidia per i mali reali (l'inferiorità del malato finto per il malato vero), e al contempo l'autostima cola a picco: ho addirittura la superbia di inventarmi disagi, forse in modo inconsapevole, perchè non in grado di schiaffeggiare col mio guanto di sfida le guance dei veri avversari.
Già, perchè di veri ce ne sarebbero appena fuori dall'uscio, ma sono scomodi, con quella terrificante e agghiacciante realtà! Molto meglio scrivere di problemi che scovo con ammirabile inventiva tra le pagine e le pimpinelle filosofiche, nell'elevarli allo stesso rango degli altri.
Il buffo e il tragicomico sta nel vedere che questi dolori apparenti travagliano e tarlano con la stessa efficacia dei loro colleghi esistenti, come se davvero senza sofferenza non si potesse vivere, come se quando manca fosse d'obbligo crearla: chi non potrà mai lamentarsi di nulla o dire che il mondo è perfetto così com'è?
E intanto ancora mi attorciglio in speculazioni ardite, chimeriche, anch'esse noiose; con la scusa dei mali che apparentemente mi affliggono sono esentato dal combattere quelli veri...ho già i miei che mi attaccano, da loro innanzitutti mi devo difendere.
E' l'inettitudine già tante volte declamata, non racconto nulla di nuovo, niente di inusuale sotto il sole, come da un pò a questa parte.
Il Pensiero Debole, il mio, non finirà, non verrà debellato finchè si penserà troppo, persi in lontani cieli pindarici, finchè il pensiero si contrapporrà all'azione e i due non collaboreranno, uno indispensabile all'altro.
Agire senza riflettere, rimuginare senza concludere: le 2 facce della stessa medaglia, vanno a braccetto l'un l'altra senza intersecarsi nè intralciarsi.
Eppure deve finire l'epopea delle scissioni che compaiono anche dove non sono, alibi comodissime! Recuperiamo un pò del carattere granitico degli eroi dell'epica, basta antieroi, basta dire che non è più possibile essere clamorosamente eroici...
L'era del Pensiero Forte sorgerà (se sorgerà) quando si smetterà di pensare a come essa possa arrivare.
April 14 Primavera e dintorniAprile: il mese più crudele...così dicono alcuni.
Non c'è cattiveria nella rinascita che ogni primavera dobbiamo subire, nessun diabolico intento nel cinguettio, nelle fresche brezzoline che si insinuano fra rami seminudi di alberi quasi vestiti. Dov'è perfidia nel tepore di un Sole che con più caparbietà risale la china della volta celeste e che con slancio sincero dona i suoi raggi in pasto ad affamata vita vegetale, al risveglio animale?
Cosa può definirsi crudele? Il tripudio di colori e profumi di un parco? La campagna operosamente arata e pronta a rilasciare cibo e sopravvivenza?Il bisogno di godere di questa ritrovata gioiosità, di uscire e rinvigorire insieme al mondo?
Aprile, la Primavera, sarebbero davvero il celebrarsi di una palingenesi, un incanto di ineffabile e ariosa limpidezza, il riscatto dell'essere sul non-essere; tutto questo sarebbe se potessimo convincerci che un'estate non sia già incombente, ansiosa di bruciare e rinsecchire il tenero verde di foglie e prati; se l'autunno non fosse dietro l'angolo pronto a schiantare al suolo quello che ora germoglia; se non lontano si scorgesse già la maligna puntualità dell'inverno pronta a congelare e immobilizzare la dirompente vitalità di qualche mese prima.
Aprile è crudele! E' stanchezza! E' dovere ogni anno riportare alla luce materia il cui unico scopo sarà morire nel giro di qualche mese.
Per senso del dovere, per necessità la vita rinasce, costretta forse da un meccanismo che ella non governa, a cui è sottomessa: chi vorrebe sciacquarsi gli occhi di luce per poi asciugarsi per sempre, per non vederla più?
Aprile non è un battesimo, è un funerale anticipato!
Tuttavia come non illudersi, come non riporre una fiduciosa letizia nello sguardo con cui cui ogni giorno in questo periodo vediamo un albero espandere le sue chiome, come non riempirci il cuore di sopore e placida atarassia nella contemplazione di nuvole stampate sull'azzurro, figure che leste solcano l'etere, sospinte da zefiri benigni, e scompaiono nel buio di una palpebra calante che, sdraiata su un morbido prato, cede alle lusinghe del sonno, del sogno?
Aprile è noia, è ripetersi inossidabile di una circolarità che si inviluppa su se stessa senza soluzione di continuità.
Aprile è bellezza, è possibilità ogni anno di trepidare, di celebrare il tanto atteso abbraccio fra Persefone e la madre Demetra che da sei mesi ne pativa la mancanza, è speranzosamente credere in una nuova chance di far meglio.
Non è "tutto illusione"? Certo.
Una concezione circolare della Storia è spaesante: non c'è inizio, non ci sarà fine, etreno ripetersi di avvenimenti simili (uguali?).
Dunque se tale visione non è antropologicamente accettabile, se ci causa vertigine e giramento di testa, forse una Storia finalistica, proponendoci un sentiero in linea retta, potrebbe condonarci fastidiosi (a volte insopportabili) effetti di nausea.
Il finalismo per sua stessa definizione ha UNA fine, che coincide col raggiungimento di UN Fine. Se il Fine, così appassionatamente agognato fosse dopo tante peripezie conquistato (è un'ipotesi, l'esistenza del Fine non implica la sua raggiungibilità) 3 possibili alternative sarebbero logicamente prevedibili:
-La Storia, attingendo alla sua pienezza, non avrebbe più senso di continuare: sarebbe il termine ultimo a cui essa può pervenire.
-La Storia si trascinerebbe ancora, eternamente, con stanchezza altrettanto eterna e tedio per non avere più un Fine, ormai raggiunto.
-Si proporrebbe, all'adempimento di una missione, una nuova missione, un rinnovarsi del Fine; ma un secondo Fine implicherebbe un nuovo inizio: ripiombiamo nella concezione circolare.
In modo spiccio, probabilmente confutabilissimo, è stato dimostrato che nessuna idea di Storia è appagante, che ognuna ha uno strascico di insoddisfazione così squisitamente umana, ma che in fondo un'idea di circolarità è migliore (non più vera!); è quella che spinge verso l'attività nel suo proporsi e raggiungere Fini sempre diversi, sempre identici.
Essa invita le civiltà ormai stanche a rinnovarsi, perchè solo chi cade può risorgere.
Essa esorta a sfruttare la primavera sapendo che non durerà, perchè solo chi risorge può cadere.
Non si sta costantemente in piedi, nè perennemente sdraiati.
Dunque Aprile è allegoria di Vita universale che si riflette nell'esperienza del Singolo, in esso è una duplice natura:
quella della grazia e della nobiltà che contraddistingue l'animo forte nell'atto di risollevarsi;
quella dello sconforto vaticinato di inevitabili sciagure future.
Le coincidenze degli opposti non sono propriamente "belle", ma il fascino non può essere loro negato.
Aprile è magnanimo e spietato, crudele e generoso. January 17 Riflessioni Post MortemUn periodo all'insegna del ricordo, del giusto tributo più che del compianto; qualche settimana dedicata alla memoria e, perchè no, alla gloria che sorella Morte concede ai meritevoli, i generosi che si sono guadagnati il premio di un nome risonante, il cui eco rimbomba sulle gelide pareti del tempo.
Corrono in questi giorni i 10 anni che ci separano dalla dipartita di Fabrizio De Andrè, colui che, se non proprio toccato, ha almeno sfiorato il cuore e la sensibilità di chiunque, con pur minima attenzione, si sia azzardato nell'ascolto della sua morbida voce.
Morbida, così come non lo erano le parole che proferiva, quella voce: fu il cantore dei vinti, degli oppressi, degli impotenti, degli assassinati come degli assassini, degli amori che passano e di quelli che invece non restano, delle passioni che uccidono o fanno uccidere.
De Andrè ha messo in musica la sua concezione della vita, o meglio l'idea letteraria che su di essa aveva concepito e in un alone di struggente malinconia ha tentato di scavare la dimensione dell'umano con le sue paure, le tentazioni, i bisogni e i crimini che si è costretti a compiere o subire.
Per il cantautore che non aveva "niente da insegnarci" ma qualcosa da trasmetterci, pù colpevole era infatti il giudice, reo di aver condannato un assassino, che non l'omicida stesso; qualsiasi obbligo, imposizione o costrizione era violenza, limitazione della libertà sciolta di un individuo che esce frustrato, disagiato, morto di una morte psicologica, mentale, morale dall'incontro/scontro con la società.
De Andrè era anarchico, ma non apparteneva alle frange estremiste di chi voleva demolire ogni pilastro civile per non costruirvi più nulla che coprisse le macerie, non era nelle schiere sbraitanti di marmocchi che inneggiano l'avvento di una rivoluzione, che combattono imbrattando i muri di A(per anarchia) insignificanti e patetiche, che in fondo non sanno cos'è l'anarchia, nè tanto meno la vogliono; De Andrè era anarchico perchè sostenitore di una morale di amore universale (concepita da alcuni superiore addirittura all'amore Cristiano) perchè non credeva nella colpa e non si sentiva il potere di perdonare nessuno.
Già, perchè il perdono, ciò che apparirebbe come la più nobile delle azioni umane, ciò che di più divino (perdonare i peccati è proprio di Dio) è stato calato nella Storia, è in fondo un atto di ipocrisia, di paternalismo e di presunzione, i grandi demoni che Faber ha denunciato nei suoi 30 anni di canzoni.
Nell'elargire il perdono infatti, in un passaggio sottinteso, ci autoproclamiamo semi-dei.
Chi siamo noi per perdonare? Abbiamo la verità fra le dita? La maneggiamo a nostro piacimento?
Che immensa superbia traspare fra le parole di chi dice : "Ti perdono"! Quale pietà profonda ispira la frase "Ti ho capito"!
Già, Fabrizio non voleva concedere grazie, voleva giungere alla comprensione; e da qui scaturisce una grande simpatia, una volontà di patire insieme, i migliori significati che racchiude il termine umanità; da qui deriva l'avversione verso coloro che dall'alto di un piedistallo giudicano (spesso sotto la lente di una morale borghese e bigotta), che si sentono in diritto di far piovere luoghi comuni, opinioni infeconde infarcite di un pietismo che maschera frecciate cariche di insulti su nani, matti, puttane, poveri diavoli.
De Andrè anarchico nel senso prima specificato, certo, ma De Andrè tutt'altro che nichilista: nel proclamare la sua concezione della vita egli stesso inevitabilmente si spinge ad accusare: nel cantare di come i benpensanti sbaglino nel criticare egli stesso li critica, nel condannare il giudice che condanna, lo giudica.
Giusta e sana contraddizione quella del cantautore ligure! Il suo sguardo è infatti rivolto ad una meta utopica, quella di un'umanità comprensiva con se stessa, dove non ci sia necessità di potere, di guerra che rende il mondo "tutto un lutto", dove la reciproca compassione, l'amore (non l'amore banale, quello che alberga in tante, troppe canzoni), il vero amore sarà l'unico scopo e le uniche sue armi saranno la parola e la poesia; un mondo che non potrà mai esistere, ma che sarebbe un peccato non avere la forza di immaginare.
Nondimeno nella mentalità di Faber, anche nel compimento della più rosea delle utopie, saremmo comunque torturati da un senso di caducità, da un carattere effimero delle cose (l'amore prima di tutto, stavolta quello fra uomo e donna: il celebre "Amore che vieni, Amore che vai"), da una mancanza di prospettive speranzose (di cui non si vede traccia nei brani di De Andrè) da un'angosciosa, tanto soffocante quanto insanabile, malinconia. In questo caso la poetica di Fabrizio, tutta intenta a raccontare dei vinti, si tramuterebbe in un canto dell'umanità tutta, perchè per il genovese chiunque, in partenza, è un vinto.
A causa poi della società, dell'angustia del potere e della religione, alcuni sono più oppressi di altri e ad essi va la melodia, loro è la poesia.
Tuttavia De Andrè è in fondo un disilluso: non perde mai il contatto con la realtà (non è al di sopra di essa come i surrealisti, non ne è al di sotto come molti cantanti odierni, di ieri e di domani) ma non si impegna per modificarla, come se fosse in realtà un inutile sforzo: egli è uno spirito contemplativo, moderno, coerente nell'ambiguità, cantore e censore dell'ipocrisia, simpatizzante di vinti ed esclusi perchè in fondo, col suo modo di intendere, sentire e volere il mondo, il più sconfitto, il vinto per eccellenza era lui stesso.
Era il combattente dell'unica guerra che desiderava e che ha intrapreso con stanchezza e rassegnazione trasudata persino dai primi suoi brani che sgorgano tristezze, inusuali se proferite dalla bocca di un giovane non ancora trentenne.
Uno sconfitto poeta di sconfitti, conscio della sua condizione, mai di moda, mai autore di ritmi sincopati che subito stancano, ma di melodie e concetti inizialmente ostici, ma irrinunciabili dopo averli amati la prima volta: mai vincitore e per questo sempre attuale.
Che venga conservata per lui la memoria, perchè è il dono più grande che un vivo può assegnare ad un morto, perchè la responsabilità della civiltà,
"dal dì che nozze, tribunali ed are
diero alle umane belve esser
pietose di se stesse e d'altrui"
sta tutto nell'assegnare il dono del ricordo, tolto ogni potere a una qualsivoglia divinità, a chi si è fatto portatore, e soprattutto poeta, di valori irrealizzabili.
January 06 Astrarre e GeneralizzareUn brivido deve percorrere la schiena di chi si reputa anche solo occasionale turista montano all'udire "MARMOLADA".
Questo è infatti il nome con cui si fa chiamare l'attuale sovrana delle dolomiti, colei che sovra le altre cime come aquila vola, l'unica che può vantarsi di possedere nel suo gelido grembo nevi perenni che da qualche decennio a questa parte ogni estate le sfuggono in quello che sembra un parto dolorosissimo; par che i ruscelli che sgorgano copiosi dal fronte annerito di un ghiaccio malato siano torrenti di lacrime, lacrime che sfuggono veloci e inafferabili dagli occhi di chi le ha versate (anche le regine di solida roccia possono piangere) per andarsi a raccogliere, dopo aver eroso alvei e solcato ruvide guance di carbonato di calcio, nell'invaso artificiale che come una bacinella per i lavacri è stato accomodato al lato del trono.
Un sentimento di commozione deve catturare chi abbia mai semplicemente sfogliato un libro di storia quando si dice "MARMOLADA".
Lì infatti la Storia si è fatta, si è scritta a lettere indelebili su lapidi che costellano le strade militari, sentieri un tempo percorsi da muli e soldati che per ghiaioni scoscesi portavano provviste e munizioni, indumenti e filo spinato, vita per i commilitoni, morte per i nemici.
A 3300 metri si sparava, si moriva, si assiderava, si trovava degna sepoltura nelle candide ondate che seppellivano indifferentemente entrambi i fronti; si cercava riparo nel grembo stesso della montagna scavando gallerie nella roccia o nel ghiaccio, rimanendovi soffocati.
La grande Storia ha fatto tappa fra queste "catene di monti coperte di neve, a cui fan cornice foreste d'abeti" e hanno il loro sepolcro qui ancora molti soldati,o meglio uomini chiamati a inspiegabili e assurde sofferenze, per cui udiamo un sospiro che si emana da invisibii tumuli.
Anche la storia minore non disdegna la regina, sulla cui parete d'argento (la più inaccessibile delle alpi orientali) sono state compiute tra le più ardite e ardue imprese alpinistiche durante l'ormai quasi mitologica era del "sesto grado", i suoi muri verticali dove ora sono tracciate vie che superano il nono. Anche nel tentativo di carpirne i segreti della cima molti sono rimasti sopraffatti dalla montagna, chi inghiottito da un crepaccio, chi con un grido interminabile tradito dalle altezze vertigionose.
Pochi avrebbero allora immaginato che tre comodi tronconi di funivia recentemente rinnovati avrebbero permesso una facile ascesa a chiunque, al primo cittadinotto che con l'allegra famiglila intende fuggire dalla calura estiva o allo sciatore in erba che non vede l'ora di raccontare la sua esperienza comprovata dalle innumerevoli quanto irritanti foto che all'uscita dall'impianto creano una tragicomica processione. La regina degradata al rango di uno dei finti centurioni romani con cui i turisti nella capitale si dilettano a ritrarsi.
Ma per chi non desidera mischiarsi ad un turismo in fondo diventato bassamente popolare si possono sempre raggiungere le vette più eccelse in elicottero portando gas, stridio meccanico e fruscio di pale a interrompere una religiosa pace.
Sarebbe interessante per quei profani dei monti sapere quanto danno è stato arrecato, come abbia accelerato il processo di fusione la costruzione di quella agevole funivia, come in fondo si sia dissacrata un'altezza regale, si compia quotidianamente un crimine di lesa maestà?
Fino ad ora posso aver ripetuto ciò che un qualunque scialbo ambientalista può riferire in materia. Vorrei ora tentare di dare una giustificazione logica, coerente e, perchè no, sentimentale di tale sdegno, cercando di risalire a condizioni antropologiche che mi piacerebbe credere universali.
Ragioniamo razionalmente: nulla distingue la MARMOLADA da qualsiasi altra montagna nelle vicinanze se non qualche metro in più, se non una lieve differenza nella sua composizione litica, se non un pò di acqua allo stato solido sparsa qua e là.
Perchè riservarle trattamenti speciali? Tutt'intorno è un via-vai di sciatori, snowboarders, turisti. Quanti impianti hanno sbancato declivi erbosi, quanti sono sorti su erte pareti?
La Natura non ha dato niente di veramente speciale alla MARMOLADA, ma essa si è guadagnata il suo valore sul campo, o più precisamente è l'uomo stesso che l'ha arricchita di un significato simbolico. Dunque essa è assurta a simbolo, la MARMOLADA montagna simbolica.
Con ciò?dove voglio arrivare? A dire che in lei poniamo più o meno inconsapevolmente doti e virtù totalmente umane e quando essa viene disgregata sentiamo (ahimè non tutti) un piccolo frammento dei valori morali e civili che abbiamo affidato a un ammasso inanimato di CaCO3 scivolare via verso valle.
Peratnto nel momento in cui autocarri su strade corrono per il ghiacciaio non si offende in realtà la montagna (non vive, non sente nulla, è materia inanimata, nè epica nè prosastica, non si può nemmeno dire che se ne freghi, perchè nessuna azione le può essere attribuita) ma il sentimento di compassione che in lei si conserva, la pietà per i soldati dalla Galizia, sudditi del multietnico impero asburgico, che qua hanno perso la vita avendo abbandonato casa e famiglia ai massacri dei cosacchi che invadevano la loro terra; si asciuga la commozione che non sgorga dalle macchine fotografiche impegnate a ritrarre volti felici e spensierati di persone che si "godono la vacanza" ("c'è un che di cattivo nell'uomo prospero").
Non si pensa in realtà alla sconfitta patita dalla Natura quando in elicottero senza versare una goccia di sudore (ma molte di cherosene) si ascende alla cima, ma alla mente appaiono le amorose sfide degli alpinisti primordiali, coloro che anelavano al sublime delle vette e l'emozione di sentirsi un punto sulla parete, infingarda e sdruciolevole ad ogni istante; si immagina la grande e soddisfacente fatica con cui, se tutto filava liscio, ci si accomodava sul punto più alto in contemplazione adorante, per una volta parte e non controparte di un infinito in cui, per un istante, pare di scorgere un'armonia .
Infine nel percepire il limite delle nevi battere in ritirata ogni anno, non tanto gli apocalittici scenari di un'ipotetica alba del giorno dopo (forse meno disfattisti di quello che vogliono farci credere) intristiscono, quanto la metaforica allusione allo sfaldamento di una Natura primitiva, ancestrale ,che ancora ci invia messaggi atavici; una Natura dura, perfida, da domare; e noi l'abbiamo domata, trasferendoci in una Natura seconda, di comodità e problemi immediati risolti, di spine più sottili ma non meno dolorose, come sottile e tagliente è il richiamo di quella Natura prima, che simbolicamente ci si sgonfia sotto gli occhi nell'indietreggiare del ghiacciaio.
Dunque, se vi capitasse l'occasione, rifiutate di recarvi sulla MARMOLADA, a meno che non vi costi sudore, fatica, un brivido di rischio e a chi vi dirà che si tratta in fondo di scelta stupida o ipocrita (perchè la pista della marmolada no e le altre sì? perchè gli altri impianti vanno bene e quello no?) rispondete rimanendo in metafora che è proprio perchè nemmeno gli altri impianti dovrebbero essere accettati, che anche le altre piste sono insulti, ma rifiutandomi la MARMOLADA rammento che c'è ancora un esempio incorruttibile dove nessuna funivia può condurmi, una fatica che mi devo sobbarcare da solo, un luogo dove si incarnano valori positivi, dove ho riposto un esempio di "bontà" in cui posso rifugiarmi quando attanaglianti dubbi sull'esistenza della medesima mi seducono.
Se la regina venisse colonizzata, fatta mercato, venduta per 30 denari, non sarebbe lei a dolersene, non dovremmo provarne pietà esclamando: "Povera MARMOLADA"; noi stessi saremmo da compatire: sarebbero lacerati i significati che impregnano quella roccia.
Allora sciate, prendete impianti, mangiate nei rifugi ma dimenticate la MARMOLADA, contemplatela da lontano, raggiungetela senza ausili: non le facilitazioni della tecnologia possono condurvi in cima; fatelo con le vostre forze e vi rammenterete che, seppur persi nei 1200 km del DolomitiSuperski, potrete alzare lo sguardo e accorgervi che forse non tutto si prostituisce, che non tutto è esaurito nelle code agli impianti, nelle grida dei rifugi, nelle tamponate sugli sci, nella grettezza dominante, che esiste nell'uomo una spinta migliore e più ardua, da cui trarre se non forza, almeno un briciolo di consolazione;
è solo un massiccio fra gli altri nella cartina sciistica, ma la montagna più alta.
"E TU ONOR DI PIANTO ETTORE AVRAI,
OVE FIA SANTO E LACRIMATO IL SANGUE
SULLA PATRIA VERSATO E FINCHE' IL SOLE
RISPLENDERA' SULLE SCIAGURE UMANE"
October 13 briciole di filosofiaSe nella taiga siberiana, in mezzo a megalopoli di verdi conifere che sorgono da terreni rattrappiti dal gelo, in una sera, quelle lunghe sere che occupano intere giornate, quelle sere in cui i colori del tramonto sembrano donare nella loro longevità crepuscolare un pò di calore, l'ultimo prima di notti perpetue, un tonfo improvviso venisse a turbare quella quiete solitaria, quella pace perenne, che tanto assomiglia a una deserta staticità?
Se il muso di una renna alitante vapore condensato si volgesse fulmineamente verso la direzione di propagazione del suono, con gli occhi lucidi pronti a scorgere, con ogni senso acutizzato ai limiti, con gli arti preparati a dare il meglio di sè per scampare a qualunque cosa; se stormi di uccelli improvvisamente si levassero e per un minuto oscurassero un cielo che si sta godendo gli ultimi istanti di luce lasciando a malincuore i nidi, spinti da terrore istintivo non controllabile?
Se un nugulo di neve cristallizzata si levasse come una densa nube di freddo fumo bianco, se il secco scrocchiare di rami secchi spezzati si diffondesse propagandosi in ogni direzione acutizzato dai silenzi abituali?
Molto probabilmente un albero sarà crollato; quasi sicuramente l'età, i parassiti, il candido fardello della neve o chissà cos'altro avrà stroncato la sua vita vegetale, quel tranquillo abitante della foresta, quel singolo che in mezzo a tanti altri costruisce la megalopoli ha fatto il suo tempo.
Il sole non brillerà più per lui, il dolce lume non gli invierà mai più raggi dai quali estirpava l'energia necessaria alla sua sopravvivenza; alcuni vicini gioiranno della sua scomparsa: il deceduto non proietterà più la sua funesta ombra sulle loro fronde avide di chiarore; altri ne soffriranno: gli insetti, i volatili, i mammiferi che su di lui contavano, come su un rifugio sicuro e stabile dovranno subire il trauma del cambiamento e altri alberi non con gioia saranno costretti ad offrire albergo a questi sfollati.
Piccoli inconvenienti turberanno un angolo della sterminata pianura verde-cupo, alcuni nuovi disagi, altri recenti vantaggi saranno all'ordine del giorno nel quartiere periferico di quella foresta senza centro.
Dunque lo storico interrogativo che chiede con assiduità disperata se la caduta di un albero in una foresta priva di testimoni che possano provare il fatto è un avvenimento certo, sicuro oppure una congettura sognante sembra trovare finalmente risposta: sì, la pianta è caduta, è fatto comprovato dagli effetti che non possono che far risalire a tale causa.
E' confortante tutto questo, alla povera pianta che non esiste più almeno è stata conservata un'esistenza passata, e cosa ancora più gratificante, è stato riconosciuto come vero il momento del suo trapasso, il culmine che ha chiuso il suo ciclo vitale determinandone il senso.
Ma se tornassimo a puntare l'occhio qualche mese, anno, decennio dopo nelle stesse coordinate in cui il nostro sfortunato e ormai decomposto amico ebbe la sua parte di mondo, cosa troveremmo? Ogni giorno vedremmo impercettibilmente sfumare le sue tracce, le cellule che un tempo alacremente lavoravano per garantirgli la sopravvivenza sarebbero molecole più semplici, gli atomi che furono suoi tramutati ormai in materiale da costruzione disponibile a tutti: il carbonio della sua corteccia potrebbe trovarsi nel corpo di migliaia di formiche, l'acqua che scorreva in lui sarà salita e piovuta innumerevoli volte dal cielo in chissà quali luoghi lontani.
I vicini che ne avevano malignamente approfittato e quelli che della sua morte si erano addolorati lo avranno seguito in sorti analoghe; nessuno più si ricorderà col passare inesorabile delle lunghe giornate artiche che un tempo, per un momento quel tonfo era stato protagonista, niente più proverà che in un attimo e per quell'attimo la taiga aveva avuto un centro di attenzione.
Ecco che allora torna la domanda, ma formulata in maniera più radicale, più sofferta per noi che compatiamo la sorte di una povera conifera dimenticata:
é mai esistita davvero quella pianta? Quando tutti quelli che con lei hanno vissuto, quando tutti quelli che di lei si possono ricordare saranno persi, quando lo spazio che occupò sarà stato già rioccupato da mille altre piante simili, quando i mattoni elementari che la composero saranno già stati riutilizzati da chissa quante forme organiche e non, chi potrà dire che quell'albero è stato, chi potrà arrischiare un'ipotesi?
Perchè ci risulta tanto toccante la sorte di una conifera non particolarmente più infelice di ogni sua simile, perchè siamo spinti a provare un minimo di dolore per lei?
Perchè è umanizzata, quella forma di vita vegetale, perchè non tanto differente è la nostra destinazione, e ce ne rendiamo conto.
Quando ognuno di noi cadrà e per un attimo avrà l'attenzione della sua taiga più di quanto non la ebbe da vivo (o proporzionalmente a quanta ne acquistò) dolore e vuoto, paura e gioia animenranno i rimasti di oggi che saranno i caduti di domani.
Così come per l'albero, chi fra qualche secolo, senza prove potrà arrischiare qualcosa sulla nostra avvenuta esistenza? Oppure, spingendosi più in là, chi o che cosa, quando anche tutti i dati anagrafici di vita e morte (che possono costituire prove tangibili) saranno perduti, quando la nostra civiltà intesa nel senso di humanitas avrà fatto la fine della conifera, potrà anche solo immaginarsi che in questo francobollo di spazio un tempo noi ci siamo stati?
Ma queste sono banali (potranno mai esserlo?) osservazioni esistenziali, cose con cui si impara a convivere rassegnandovisi, non pensandoci, o col conforto della fede, sono problemi che tutti affrontano e conclusioni a cui tutti arrivano.
Quello che di nuovo e più inquietante si scopre indagando solo leggermente in profondità è diverso.
Non solo noi probabilmente figureremo come mai esistiti (e questo e ciò che abbiamo dato per assodato) ma, molto più grave, figurerà la nostra vita come mai esistita.
Sembra un cavillo verbale ma non lo è: distinguiamo noi dalla nostra vita; quando parlo di noi intendo il soggetto, considerato nella sua completezza di corpo e mente, di fenomeni interni, di pensieri e riflessioni; quando dico "nostra vita" invece voglio richiamare alla mente la totalità delle nostre azioni, il relazionarsi con l'esterno anch'esso vivente o meno.
In parole più semplici: l'"io" è l'individuo,la sua vita è tutto ciò che l'"io" fa nel mondo.
Detto questo è chiaro che la vita necessita di un "io" che la compia, ma è altrettanto indispensabile che la scomparsa dell'"io" comporti anche lo smarrimento della vita che egli ha compiuto? Sembra ahimè di sì, perchè ciò che può essere ricordato non è l'"io", che rimane sconosciuto anche alla coscienza di chi lo possiede, ma solo la vita, cioè l'interazione di io e mondo. Tornando nelle gelide pianure transuraliche, noi abbaimo conosciuto la vita della pianta abbattuta, non il suo "io". Possiamo sapere come è caduta, che malattie la affliggevano, chi la abitava ecc...non la pianta come soggetto. La morte della vita (ossimorico?) quando avviene dunque? Qunado non ci sono più soggetti (notiamo che la concezione di soggetto è allargata: anche un libro di storia che parla di napoleone è un soggetto, e la sua vita è il parlarci dell'imperatore francese, l'azione che esso compie) su cui quella vita influì che possono strapparla alla dimenticanza.
Ma per duraturi e numerosi che siano questi soggetti prima o poi tutti scompariranno, e dunque con loro la vita originaria che tramandavano si perderà non avendo più supporti.
Concludo con un esempio: immaginiamo di trovarci in un bar in riva al mare al crepuscolo: una dolce brezza rinfresca dalla calura della giornata, una doccia ci ha già tonificato e rinvigorito, una birra (o la bevanda che volete) gelata crea goccioline di condensa che man mano scivolano sul bicchiere. Un piano bar fa da sfondo ai dialoghi tra amici fatti di battute e racconti, il programma di una serata ancora da vivere eccita l'animo tranquillo e le luci della notte cominciano a sfavillare.
Un momento di felicità completo quello che ho provato a descrivervi (se ne avete di migliori immaginate quelli): quello che fa male pensare è che questo attimo di vita così semplicemente bello non sarà più quando noi, i nostri amici, il bar ecc.. non esisteranno più, un attimo di così grande valore al nostro disapparire sarà come non fosse mai stato: questo porterebbe ad una conclusione quasi ovvia e stranissima: il tempo non può esistere, il tempo come nostra collezione di attimi di vita non può esserci se non quando ha un soggetto come supporto; scomparso questo, il tempo non è mai esistito e con lui tutto quello che la vita ha portato:il tempo coincide con la vita: c'è se c'è un "io".
Chiedo umilmente scusa a tutti coloro che riusciranno a leggere l'intervento fino in fondo perchè mi rendo conto di aver sconfinato abbondantemente nella filosofia, non era mia intenzione, ma mi sono fatto prendere la mano...se avrete costanza di ordinare i pensieri che ho buttato qua e là, o se non è chiaro quello che volevo dire dite quello che pensate via commento! |
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